Cosa bisogna sapere prima di aprire una partita iva

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Prima di decidere di fare SEO o lavorare nel Mondo del web marketing bisogna conoscere a fondo il Mondo delle partite iva e capire se conviene o no.

Partita Iva: esistono delle agevolazioni?
Partite Iva a confronto: quale conviene di più?
Partita Iva: dove si apre?
Partita Iva: si può vendere online senza?

La partita Iva può essere aperta da tutti i cittadini italiani maggiorenni intenzionati ad avviare una ditta individuale oppure ad iniziare una carriera come lavoratore autonomo (altrimenti denominato anche freelance).

Per quanto concerne i limiti di età, fino a pochi anni fa esisteva una soglia che fissava il limite a 35 anni per l’apertura della partita Iva agevolata, mentre adesso grazie alle novità introdotte dal nuovo regime forfettario questo limite è decaduto, quindi si può accedere a questo regime fiscale a qualsiasi età anagrafica.

Partita Iva: esistono delle agevolazioni?

Sì, esistono delle agevolazioni per tutti i titolari di una partita Iva.

Innanzitutto il bonus pubblicità, introdotto dal 1 luglio 2018 e che prevede l’erogazione di un credito di imposta per tutti i professionisti che effettuano campagne tradizionali e pubblicità online per un importo pari al 75% (imprese) e al 90% (start-up, piccole imprese e microaziende).

Altre agevolazioni da segnalare sono il super ammortamento del 130% e l’iper ammortamento, entrambi pensati per rendere più competitive le imprese italiane e per avviarle al mondo della digitalizzazione, la tutela dei pagamenti, che impedisce l’inserimento di clausole nei contratti che stabiliscono che il pagamento per i freelance può avvenire anche 60 giorni dopo l’esecuzione dei lavori, la possibilità di dedurre le spese di formazione dalle tasse nonché l’indennità di maternità per le libere professioniste.

Da ultimo, ma non meno importante, alcune aziende di telefonia, come la Wind, prevedono degli sconti sugli abbonamenti per le aziende, i piccoli imprenditori e i commercianti con partita Iva.

In questo caso non si tratta di agevolazioni previste dalla nuova legge per la partita Iva, bensì di iniziative private messe in atto da alcune aziende per avvantaggiare i lavoratori autonomi.

Partita Iva: quanto costa aprirla?

L’apertura della partita Iva è gratuita e non prevede il pagamento di una tassa.

Per quanto riguarda invece il costo del mantenimento della partita Iva, lo stesso varia a seconda del regime fiscale a cui si vuole aderire.

Il regime forfettario, al quale possono accedere tutte le aziende e i liberi professionisti che non abbiano pagato più di 5000 euro ai propri collaboratori o non fatturino più di 20mila euro all’anno, prevede il pagamento di un’aliquota (che sostituisce l’Irpef e l’Iva) del 5% per i primi cinque anni e del 15% dal sesto anno in poi.

Il regime ordinario, applicato a tutti i professionisti e a tutte le aziende che non possono sottostare al regime forfettario (nello specifico: attività che versino più di 5000 euro annui ai propri dipendenti, che fatturino più di 20mila euro annui di beni strumentali, che sottostanno a dei regimi speciali per quanto riguarda l’Iva, che effettuano operazioni di compravendita di terreni, fabbricati e mezzi di trasporto o con sede all’estero, ma che non effettuano più del 75% degli investimenti in Italia), include il costo per la Camera di Commercio, l’Irpef, l’Inps, l’Irap e l’Iva.

Per mantenere la partita Iva, è fondamentale sostenere i costi annuali generati dall’azienda stessa, l’onorario del commercialista (estremamente consigliato per lo svolgimento di tutta la parte burocratica relativa all’apertura della partita Iva), il costo per la Camera di Commercio di appartenenza, le tasse previdenziali per gli artigiani e i commercianti, l’Inail (si tratta di una tassa, che in genere prevede il pagamento di qualche centinaio di euro, che tutte le aziende che svolgono un’attività particolare o a rischio devono versare all’Istituto) nonché le imposte (Irpef e Irap), che vengono calcolate in base al reddito dichiarato.

Tra le spese fisse per la gestione della partita Iva rientrano il diritto camerale, i contributi Inps e Inail e il compenso per il commercialista, mentre le spese variabili comprendono tutte le aliquote fissate per il regime fiscale a cui ha scelto di aderire l’azienda.

Un lavoratore fisso, salvo eccezioni (svolgimento di una seconda attività come lavoratore autonomo), non è obbligato ad aprire una partita Iva, tuttavia possono capitare dei casi in cui un datore di lavoro lo costringe a farlo per non dover pagare i contributi, le ferie, il periodo di malattia né tanto meno il trattamento di fine rapporto previsto dal contratto di lavoro subordinato.

Se si è lavoratori dipendenti, il regime a cui si deve sottostare per la partita Iva è quello forfettario. Nel caso però in cui si guadagnino più di 30mila euro all’anno, si dovrà rientrare sotto il regime ordinario.

Un lavoratore part-time, a differenza di un impiegato che sottosta ad un contratto di lavoro subordinato, può decidere in modo indipendente di aprire una partita Iva, a condizione di avere al massimo 18 ore di servizio all’attivo.

Nel caso in cui diventi a tempo pieno, quindi che superi le 18 ore effettive, dovrà chiudere la partita Iva.

Un discorso diverso vale per i docenti: quest’ultimi, a differenza degli altri lavoratori, possono aprire una partita Iva (anche se svolgono un impiego a tempo pieno), ma a patto che la stessa venga usata esclusivamente per la realizzazione di una libera professione, come il medico, l’avvocato o il commercialista, che sia in linea con le materie insegnate a scuola.

Anche il lavoratore part-time, come l’impiegato full time, può sottostare al regime fiscale forfettario, purché i suoi guadagni non superino i 30mila euro annui.

I negozi di prodotti tipici a Bari, come d’altronde gli altri esercizi commerciali presenti sul territorio italiano e che vendono prodotti o beni strumentali, devono aprire una partita Iva a regime ordinario presso l’Agenzia delle Entrate, iscriversi presso la Camera di Commercio e all’Inps.

Ciò porta ad un aumento dei costi, che saranno quindi superiori a quelli applicati con il regime forfettario.

Per fare un esempio una ditta di informatica, calcolando tutte le tasse, l’onorario del commercialista e il tributo da versare alla Camera di Commercio può arrivare a dover pagare una cifra annua compresa tra i 6500 e i 7000 euro solo per il mantenimento della partita Iva a regime ordinario.

Tassazione partita Iva: di cos’altro bisogna tenere conto?

La tassazione della partita Iva, come abbiamo già visto, prevede il pagamento dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (l’Irpef), che parte da un’aliquota del 23% per tutti i redditi che vanno dagli 0 ai 15mila euro fino ad arrivare ad un’aliquota del 43% per i redditi oltre i 75mila euro.

L’Irap, prevista tra le tasse per il mantenimento della partita Iva, è l’imposta regionale che viene applicata a tutte le attività produttive, come spa, srl, sapa, snc, sas, attività commerciali, freelance che non rientrano nel regime forfettario e lavoratori agricoli.

Di solito viene calcolata sul valore della produzione netta.

L’Ires, ovvero l’imposta sul reddito della società, è una tassa che rientra anch’essa nella lista dei contributi da versare per la gestione della partita Iva, ma a differenza dei primi due, riguarda soltanto alcuni soggetti, come le spa (società per azioni), le sapa (società in accomandita per azioni), le srl (società a responsabilità limitata), le cooperative, le società di mutua assicurazione, gli enti pubblici e privati e i trust.

Per questi casi specifici la legge prevede il pagamento di un’aliquota supplementare del 24%.

Partite Iva a confronto: quale conviene di più?

In questo caso non c’è una risposta esaustiva, perché la scelta del regime fiscale è molto soggettiva: per esempio il regime forfettario, che per un lavoratore freelance rappresenta l’opzione migliore in quanto prevede soltanto il pagamento di una piccola percentuale, per un’azienda che intende muoversi nel rispetto delle leggi vigenti può non essere sufficiente.

Il regime fiscale ordinario invece, pensato per le imprese e per i lavoratori che devono affrontare molte spese (stipendi, acquisto materiale, ecc.), dà la possibilità di effettuare molte più detrazioni dalle tasse, ma per un lavoratore autonomo potrebbe non essere conveniente, a meno che non guadagni una cifra superiore ai 5000 euro all’anno e non lavori con altre persone all’interno di una ditta di sua proprietà.

Partita Iva comunitaria: cos’è e come richiederla

La partita Iva comunitaria è una partita Iva che consente di operare in tutta serenità, e nel pieno rispetto delle leggi, con commercianti e professionisti provenienti dall’Unione Europea.

Questa partita Iva è obbligatoria per tutti gli artigiani, i commercianti e i professionisti che esercitano un’attività d’impresa, d’arte o un mestiere in uno stato europeo diverso dall’Italia.

Oltre a queste categorie, possono farne richiesta anche le persone non residenti in Italia, ma all’estero, o gli italiani che vogliono intrattenere rapporti commerciali o di lavoro con altri stati europei.

modulo di richiesta partita iva

Quando è necessario aprire una partita Iva?

La partita Iva dev’essere aperta se si è domiciliati in Italia e si intende avviare un’attività in proprio, sia che si tratti di un lavoro come freelance (esempio: grafico) sia che si tratti di un sito Internet che fornisce beni e servizi (esempio: e-commerce di scarpe) o di un negozio tradizionale (esempio: bottega di alimentari).

È invece espressamente obbligatoria nel caso in cui si voglia esercitare una professione, o un secondo lavoro, come notaio, insegnante, avvocato, geometra, architetto, psicologo e medico.

Per quanto riguarda i lavoratori, le ragioni che possono spingerli ad aprire una partita Iva sono il desiderio di avviare un’attività in proprio fin da subito oppure tramite prestazioni di lavoro occasionale o eseguendo cessioni occasionali su portali come eBay e Amazon.

Partita Iva: dove si apre?

Per aprire una partita Iva, è necessario recarsi presso l’Agenzia delle Entrate più vicina al proprio domicilio e richiedere il modulo apposito per l’apertura della partita Iva.

Questo modulo, oltre che presso le sedi dell’Agenzia delle Entrate, può essere richiesto anche tramite comunicazione scritta oppure scaricato da Internet.

In seguito si dovrà scegliere se aderire al regime forfettario o al regime ordinario e quale codice Ateco adottare (questo codice indica il settore di appartenenza della nuova attività), dopodiché, una volta che verrà assegnata la partita Iva, ci si dovrà recare presso la sezione dell’Inps più vicina per procedere con la regolarizzazione per quanto concerne la previdenza.

Chi intende aprire una ditta individuale, e non solo lavorare in proprio, dovrà anche presentarsi alla Camera di Commercio regionale per l’iscrizione nonché presso il Comune in cui si trova l’azienda per comunicare l’avvio dell’attività.

La partita Iva, se si ha una formazione di tipo commerciale e ci si muove con una certa agilità tra le leggi vigenti, può essere aperta da soli, ma se si ha dubbi o non si riesce ad affrontare tutta la mole di burocrazia che richiede l’apertura di una partita Iva, è consigliabile rivolgersi ad un commercialista per evitare di incorrere in errori.

La figura del commercialista, per chi non lo sapesse, è utile non solo per sbrigare in pochi minuti la contabilità di un’azienda, ma anche per effettuare tutte quelle attività burocratiche che, se fatte da soli, possono richiedere molto tempo.

Per chi desidera avviare un’attività in proprio o aprire un negozio a Bari, l’Agenzia delle Entrate si trova in Via Amendola 164/A, a pochi passi dalla Basilica di San Nicola.

Quando è necessario chiudere una partita Iva?

Una partita Iva dev’essere chiusa in caso di cessazione di ogni attività d’impresa o commerciale, in seguito a cessione di un’azienda, se il secondo lavoro scelto entra in concorrenza o in collisione con il primo (esempio: un dipendente che lavora presso un negozio di scarpe non può aprire un e-commerce di scarpe) o se, questo nel caso dei dipendenti pubblici part-time, l’impegno lavorativo supera le 18 ore.

La cancellazione della partita Iva non comporta spese, salvo i diritti di segreteria, inoltre con la nuova legge entrata in vigore nel 2018 non occorre più aspettare i canonici 5 anni per poterlo fare gratuitamente, perché in caso di inattività dell’azienda, la chiusura avviene in modo automatico già dopo 3 anni.

Come si fa a sapere a chi corrisponde una partita Iva?

Per sapere a chi appartiene una partita Iva, è sufficiente recarsi sul sito ufficiale delle Agenzie delle Entrate ed effettuare la verifica della partita Iva tramite il modulo che si può trovare online.

Se la partita Iva risulta registrata in modo corretto nell’anagrafe tributaria, comparirà lo stato dell’attività (attiva, sospesa o cessata), la denominazione o il nome e il cognome del possessore, la data di inizio dell’attività e le eventuali date di sospensione o cessazione.

Chi controlla la partita Iva?

La partita Iva viene controllata dall’Agenzia delle Entrate presso cui il libero professionista, o l’azienda, ha effettuato la registrazione.

Come si può fatturare senza partita Iva?

Se non si possiede una partita Iva, in alternativa si può emettere una ricevuta di prestazione di lavoro occasionale.

Questa ricevuta, oltre ai dati del lavoratore autonomo (nome, cognome, indirizzo, data di nascita, telefono ed email), dovrà includere il suo codice fiscale.

Può accedere al mutuo chi ha partita Iva?

Sì, anche se si ha un impiego precario, è possibile accendere un mutuo se si è possessore di una partita Iva.

Le banche, vista la nuova situazione economica, dove i lavoratori sono sempre più gravati dalle tasse, hanno iniziato ad adeguarsi e a concedere mutui anche a chi possiede una partita Iva.

Fino a non pochi anni fa infatti, per poter attivare un mutuo, era necessario svolgere un lavoro come impiegato indipendente, mentre i freelance non rientravano tra le categorie di interesse delle banche.

Oggi invece, se si è possessore di partita Iva e si desidera richiedere un prestito per acquistare la prima casa o ampliare la propria azienda, è possibile farlo, ma dato che questa operazione comporta l’esecuzione di diversi passi per quanto concerne la burocrazia, suggeriamo di effettuarla con l’aiuto di un commercialista.

Partita Iva: si può vendere online senza?

Sì, a condizione che l’attività di vendita sia occasionale, quindi che non venga svolta in modo costante né tanto meno come secondo (o addirittura primo) lavoro.

Per esempio, se si desidera vendere online su Subito.it un vestito perché è diventato piccolo o non lo si usa più, non si dovrà aprire una partita Iva, mentre se invece si vuole avviare un e-commerce di abiti di seconda mano, in quel caso sarà obbligatorio aprire una partita Iva.

Partita Iva: cosa cambia con il nuovo decreto fiscale M5S e Lega?

Con il nuovo decreto fiscale emanato ad agosto 2018 dal nuovo governo gialloverde, e che entrerà in vigore già a partire dal prossimo gennaio 2019, il regime forfettario sarà portato da 30mila a 100mila euro, quindi vi si potrà accedere più facilmente.

Le ditte medie e grandi, come le start up, i freelance e le aziende più piccole, potranno beneficiare del regime di tassazione agevolata e pagare un’aliquota pari al 15%.

Scopo del decreto, oltre a far ripartire l’economia italiana e a favorire l’occupazione, è quello di alleggerire il carico fiscale.

Un’altra novità importante riguarda gli imprenditori under 35 e over 55: a partire da gennaio 2019, con l’entrata in vigore della nuova legge fiscale, durante i primi 5 anni di attività dovranno versare soltanto un’aliquota del 5%.

L’obiettivo di questa nuova misura, dichiarato anche a più riprese da Matteo Salvini, è quello di favorire i giovani che si affacciano per la prima volta sul mondo del lavoro e che desiderano aprire una partita Iva, ma anche le persone che, a causa dell’età avanzata, hanno maggiori difficoltà a rientrarci.

Partita Iva: come funziona in Inghilterra e in Spagna

In Inghilterra la partita Iva è obbligatoria per tutte le piccole imprese che fatturano più di 83mila sterline all’anno, mentre le società Ltd con una cifra inferiore alle 83mila sterline all’anno non sono obbligate a richiederla.

A differenza da quello che accade in Italia, si pagano meno tasse (l’aliquota ridotta è fissata al 5%, mentre quella ordinaria al 20%) e non occorre dichiarare i redditi trimestrali.

C’è inoltre da sottolineare che la maggior parte delle imprese con valenza economica, per motivi di fiducia e di affidabilità, preferisce operare con ditte che possiedono la partita Iva.

Avere il numero VAT nel Regno Unito può quindi apportare vantaggi non da poco.

Per quanto riguarda invece la Spagna, per poter aprire una partita Iva è necessario essere in possesso del Nie, il codice fiscale spagnolo, che dev’essere richiesto presso il Commissariato di Polizia.

In caso di rilascio, ci si dovrà recare presso l’Agenzia delle Entrate iberica, dove la partita Iva sarà aperta in modo immediato, e, da ultimo, all’ente della Seguridad Social per il pagamento degli oneri sociali in Spagna.

Se non si desidera affrontare tutta la trafila burocratica, o non si opera direttamente sul territorio iberico (esempio: un freelance italiano che ottiene una commissione da un cliente spagnolo), in alternativa è possibile servirsi della partita Iva comunitaria per emettere fattura o lavorare con clienti spagnoli.

Per quanto riguarda invece il carico fiscale, in Spagna si pagano meno tasse rispetto all’Italia: nei primi 2 anni di attività le imprese pagano un’aliquota del 15%, mentre a partire dal terzo anno questa aliquota sale al 25% ed è sempre fissa.

Un discorso diverso lo meritano le Isole Canarie, che essendo considerate la periferia dell’Europa, hanno tasse ancora più basse. Inoltre il Ref (Regime Economico e Fiscale delle Canarie), a differenza di quello che accade sul resto del territorio spagnolo, include molte più agevolazioni, soprattutto per le ditte che decidono di investire una parte degli utili.

Author: admin

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